Account: (login)

More Channels


Are you the publisher? Claim this channel

Search in 126,205,419 RSS articles:

Channel Description:

Clicca qui per saperne di più sui nostri programmi o candidatura online

Latest Articles in this Channel:

  • 01/19/10--13:41: Avatar (chan 2746912)
  • Un bell’articolo su questa fantastica nuova fatica di James Cameron preso da www.filmup.leonardo.it

    Al botteghino vince l’Avatar dei record

    Consulta la classifica incassi: USA, Italia
    Anche in Italia “Avatar” (giudicato il miglior film ai Golden Globe) conquista il pubblico e colleziona una serie di record impressionanti. Infatti, la pellicola, in soli tre giorni di programmazione, ha incassato quasi 10 milioni di euro, battendo tutti i precedenti record d’incassi in un weekend e ottenendo la migliore media per copia di tutti i tempi. Queste cifre sono addirittura per difetto perché i dati Cinetel coprono solo l’85% dei cinema e, quindi, non tengono conto di tutte le sale che hanno proiettato l’ultimo capolavoro di James Cameron, che continua a condurre anche la classifica americana, aggiungendo al suo guadagno altri 41 milioni di dollari.
    Nel nostro paese alle spalle del fantastico e colorato mondo di Pandora si piazzano due italiani: “Io, loro e Lara” e il nuovo film di Virzì “La prima cosa bella”, sbarcato nelle sale venerdì. L’altra nuova uscita del weekend, “A Single Man”, conquista la nona posizione. Resistono tra i primi cinque “Sherlock Holmes” e il tenero “Hachiko - il tuo migliore amico”.
    Oltreoceano conquista la medaglia d’argento l’ultimo film di Denzel Washington, l’apocalittico “Codice Genesi”. In un futuro non troppo lontano, un uomo attraversa in solitudine la terra desolata che un tempo era l’America: città abbandonate, autostrade interrotte, campi inariditi. Eli (questo il nome dell’uomo) cerca solo la pace, ma se viene sfidato elimina gli avversari prima ancora che si accorgano dell’errore fatale che hanno commesso. Non è la propria vita che difende così ferocemente, ma la speranza per il futuro; una speranza che lui custodisce da trent’anni ed è determinato a difendere a qualsiasi costo.
    Chiude il podio americano il thriller “Amabili resti, diretto da Peter Jackson. Nel 1973, Susie Salmon, una quattordicenne, viene violentata e uccisa brutalmente da un uomo, un assassino seriale di ragazzine e donne. Poco dopo l’omicidio, Susie giunge in Paradiso, da cui ha la possibilità di seguire le vite della famiglia, degli amici e anche del suo assassino, che continua a mietere vittime indisturbato.

    http://filmup.leonardo.it/curiosita/20100119a.shtml


  • 01/20/10--12:40: AVATAR by James Cameron (chan 2746912)
  • Un altro bellissimo articolo trovato su www.comingsoon.it scritto dal Sig. Federico Gironi. Chi ha giá visto il film? Cosa ne pensate? Ecco l’articolo: Nelle sue tante superfici, così come nelle sue abyssali profondità (non solo di campo), Avatar è esattamente il film che ci si poteva aspettare da James Cameron. Un film che conferma e perpetra all’infinito quella forse da sempre, ma perlomeno fin dai tempi immediatamente successivi a Aliens è la chiarissima ide(ologi)a di cinema del canadese: un cinema fatto di “vere bugie”, titanico, un cinema dove lo spettacolo è sovrano nel senso più ampio e (post) industriale del termine, improntato ad un iper-positivismo e ad un determinismo tecnologico al quale tutto è destinato a soccombere, dentro e fuori lo schermo. Uno schermo che è attore e protagonista ancor più delle figure che vi si agitano all’interno. Inutile negarlo: lo sforzo vero e ultimo di Cameron, con Avatar, è stato primariamente tecnologico. La voglia di affermare e dimostrare la supremazia indiscussa dell’immagine, e la capacità di plasmarla in e su dimensioni quasi inedite grazie alla stereoscopia, hanno portato ad un risultato che innegabilmente stabilisce un nuovo standard concettuale riguardo quella che è l’esperienza della visione. Va pur sottolineato però come certa ricerca tecnologica e certi utilizzi del 3D che ne risulta siano ancora non perfettamente simbiotici alla storia che dovrebbero (?) supportare, non riuscendo quindi così a conquistare del tutto quanti hanno ancora riserve sulla loro effettiva applicazione narrativa. Non ha torto, insomma, chi sostiene che in 2D Avatar avrebbe un senso narrativo di poco inferiore alla sua versione tridimensionale. Non a caso Cameron si appoggia ad un testo di base fiabesco (Pochaontas) e lo ripropone facendo tesoro delle sue successive declinazioni cinematografiche (da Balla coi lupi al New World di Malick, passando per i tanti prodotti industriali che stanno nel mezzo, financo Doc Hollywood) ma senza aggiungere molto. Forse apparentemente. Se è innegabile che la sceneggiatura, la caratterizzazione un po’ rozza dei personaggi, lo sviluppo classicamente retorico delle vicende sono il chiaro e universalmente riconosciuto punto debole di Avatar, questo avviene perché anche dal punto di vista narrativo l’attenzione e l’interesse del regista non vanno agli attori/attanti del suo testo ma al mondo all’interno del quale questi si muovono. Avatar non è per Cameron una storia che rilegge criticamente il falso mito del colonialismo, non è una critica più o meno sottile alla brutale belligeranza degli Stati Uniti dal Vietnam fino all’Afghanistan, non è il contraddittorio racconto della necessità quasi luddista di un ritorno alle origini e alla Natura, ma appare (altrettanto contraddittoriamente?) come la traduzione filmica dello scontro tra una cultura ancora maggioritariamente postindustriale e le nuove, diverse culture digitali della rete e le istanze che queste cercano di portare avanti. Tra culture e tecnologie, e non tra persone. Per Cameron c’è molta più tecnologia nella cultura apparentemente selvaggia dei Na’vi che nelle macchine, nei computer e nelle armi degli umani che vogliono sfruttare e colonizzare Pandora. L’Albero della Vita, allora, come una rete dalle reminescenze e dei saperi dal vago sapore cyberpunk, come un gigantesco ed autocosciente server che connette, comprende, racchiude ma “non interviene”, per dirla con la protagonista Neytiri, se non per sancire un nuovo e definitivo legame tra sé ed un nuovo utente perennemente Avatarizzato, e non (sol)tanto come estremo atto di autodifesa. Ma ancora una volta, ecco dimostrato che Avatar, proprio come l’Albero della Vita, è un film che non si interessa ai personaggi che racconta se non come extrema ratio per tenere collegati a sé i suoi utenti, gli spettatori, che Cameron non ritiene evidentemente ancora maturi per la forma pura e futurologica della sua idea di cinema come puro impianto spettacolare. Se l’Albero della Vita agisce è per preservare la sua tecnologia, non per salvare chi la sfrutta; e così Avatar si concede (poco) alla narrativa tradizionale solo per dare parvenza di sostengno all’unico aspetto che realmente vuole raccontare: le nuove potenzialità tecnico-rappresentative del Nuovo Cinema. Ma in tutta la sua complessità, la sua ricerca, la sua spettacolarità, Avatar è ancora troppo autarchico per rappresentare un analogo contemporaneo del Guerre stellari di Lucas e della rivoluzione che ha comportato. Perché a Cameron manca (ancora?), e volutamente, quel che posseggono autori indubbiamente votati a quell’idea di cinema che il canadese ha estremizzato: gli manca l’affetto e la fiducia per gli uomini e i loro sentimenti che sono tutt’ora alla base dell’opera di Spielberg, gli manca la capacità umanista di scaldare e di fondere epica e minimalismo di Jackson, gli manca soprattutto la capacità di Lucas (di quelLucas lì e non quello della nuova trilogia) di dare vita ad un universo dove le mitologie siano ancora incentrate sui personaggi e non solo sui mondi fantastici che da loro sono popolati. La posizione di James Cameron è innegabilmente questa, la fede incrollabile e testarda è in un futuro che è visione personale, autonoma e al tempo stesso industriale del cinema. E non a caso la sua, nel sistema cinema hollywoodiano, è una posizione d’isolata avanguardia pionieristica che al sistema rimane però sempre appena tangenziale e mai realmente distaccata, perché il contatto è necessario e irrinunciabile. ConAvatar Cameron indica senza mezzi termini la sua tensione al futuro: ma un futuro il cui sentiero è ancora da tracciare, ancora incerto e nebuloso, sicuramente ancora discutibile e opinabile: e a dagli ragione o torto sarà il tempo, e non solo il botteghino.


  • 01/21/10--09:50: Tra le Nuvole (chan 2746912)
  • Appena visto Tra le Nuvole il nuovo film di George Clooney Non sono sicuro se il film mia sia piaciuto o meno comunque vale la pena parlarne. Ecco una bella recensione tratta da www.ecodelcinema.com:

    “Tra le nuvole” di Jason Reitman, acclamato regista di ”Juno”, ha per protagonista Ryan Bingham, personaggio interpretato da George Clooney, il cui lavoro indubbiamente non è dei più facili: l’azienda di cui fa parte si occupa del licenziamento del personale per conto terzi. E lui è un vero professionista nel suo campo, ciò che fa gli piace perché lo porta a stare fuori casa più di trecento giorni all’anno, da una città all’altra, da un albergo all’altro, percorrendo un’infinità di miglia in aereo. Non pensa mai a come questo spezzi i progetti delle persone che “congeda”, ed in effetti non pensa mai alle persone. Lui esiste solo come individuo, la casa non gli manca per tutto il tempo che lavora perché in verità non ne ha una alla quale senta di appartenere, così come non ha nessuno con il quale condividere le proprie emozioni, e tutto questo fa di lui un uomo felice. Ma per tutti arriva un momento, un incontro o una situazione che portano a riflettere sul come spendiamo il nostro tempo. La vicenda, seppur divertente lascia l’amaro in bocca, tratta temi di spessore, senza però dare risposte. È come se il regista osservasse le problematiche della perdita del lavoro, al momento più che mai attuali e non solo negli Stati Uniti, senza poter dare una qualche speranza. Quello che maggiormente si trae dalla narrazione è invece l’impossibilità di poter “vivere come isole”, l’importanza dei rapporti interpersonali, non per non sentirci soli, ma per essere in sintonia con gli altri. Forse risiede in questo la vera speranza, negli affetti, che ci danno il sostegno che occorre per superare i momenti difficili. L’interpretazione di Clooney è eccellente, ma non sono da meno Vera Farmiga e Anna Kendrick, che interpretano i due personaggi femminili vicini a Ryan. Nel complesso il film risulta piacevole, equilibrato, con personaggi ben delineati ed una regia sapiente, che rendono il prodotto credibile, verosimile.
    Maria Grazia Bosu

  • 01/21/10--14:04: Little Dream di Giacomo Marengo (chan 2746912)
  • Stasera all’Istituto Italiano di Cultura ci sará la presentazione della 4a Settimana della Fiction organizzata dalla RAI con la proiezione di:

    LITTLE DREAM
    Di Giacomo Marengo

    Rodolfo Corsato, Claudia Zanella, Guido Caprino, Barbara Bouchet, Grazia Schiavo, Antonio Catania, Gaia Bermani Amaral, Massimo Wertmuller.

    “Little Dream” fa parte della serie televisiva ‘Crimini’ che comprende otto storie che si concludono, indipendenti l’una dall’altra. Gli autori della serie sono Massimo Carlotto, Sandrone Dazieri, Gianrico Carofiglio, Piergiorgio Di Cara, Giorgio Faletti, Giancarlo De Cataldo, Carlo Lucarelli e Giampaolo Simi.

    L’Ispettore Giulio Campagna riceve una richiesta d’aiuto dell’amico Vincenzo Tagliaferro, ex poliziotto passato da molti anni a dirigere i servizi di sicurezza dei Presutti una potentissima famiglia di Trieste. Federica la giovane donna di cui è innamorato, modella ed aspirante attrice, era l’amante ufficiale di Francesco Presutti. Era con lui nel momento in cui, durante una notte d’amore, l’uomo rimane vittima di un collasso cardiocircolatorio che lo porta alla morte. Testimone pericolosa degli eventi, la Actis è stata fatta sparire quasi certamente per mano di Cristiano Malavasi, ex sottoposto di Tagliaferro che lo ha sostituito a capo dei servizi di sicurezza dei Presutti. Tagliaferro implora Campagna di aiutarlo a trovare la ragazza. E Campagna, in nome di un legame antico di gratitudine che lo lega a Tagliaferro, accetta. Ma indagare su famiglie ricche e potenti come i Presutti è terribilmente pericoloso. Campagna non molla e squarcia la cortina del Little Dream per rivelarci la ferocia dietro il sogno del Nord-Est.

    Lo scrittore Giancarlo De Cataldo che cura la serie tv, presenta i nuovi otto episodi che completano il “giro d’Italia” criminale. Spiega De Cataldo che “Con l’unico vincolo dell’indicazione geografica, gli scrittori sono stati lasciati liberi di improvvisare sul tema, raccontando le ossessioni, le grandi e piccole paure, le speranze, le miserie e gli splendori di un Paese inquieto e inquietante che nessuna realtà riesce a descrivere meglio di quella criminale nei suoi costanti, spesso inafferrabili mutamenti. La Bari notturna e seduttiva di Carofiglio, popolata da fantasmagoriche apparizioni di bellissime dame senza pietà. L’accecante Courmayeur della “neve sporca” di De Cataldo coi suoi commercialisti malavitosi e un uomo in cerca di riscatto. L’assolata Matera di Sandrone Dazieri, teatro di inconfessabili traffici. Il Piemonte di Faletti, scenario di una “nerissima” avventura di incendi e di inganni. L’Umbria di Di Cara, dove poliziotti coraggiosi combattono una lotta senza quartiere contro aggressive organizzazioni criminali, e le Marche di Lucarelli. Il Nord-Est tanto ricco quanto disperato di Massimo Carlotto. Non c’è niente di scontato nell’Italia efferata che gli autori di “Crimini ” ci rivelano. Nemmeno la speranza: che, per nostra fortuna, sta nei cuori dei giusti, qui sempre vincitori dell’eterna lotta contro il Male”.

    Articolo preso da http://www.televideo.rai.it/televideo/pub/articolo.jsp?id=3907


  • 01/22/10--12:29: Recensione del film Nine (2009) (chan 2746912)
  • Ragazzi un articolo bellissimo su Nine. Chi ha visto il film? Fateci sapere cosa ne pensate!
    Omaggio al musical di Broadway e al felliniano ‘Otto e mezzo’, ‘Nine’ è un film corale che raggruppa le star del cinema internazionale e punta sui siparietti musicali elettrici, sui costumi sfavillanti e sull’amour fou fatto di gelosie e distacchi.
    Adattare o non adattare? Questo è il problema. Non ci sono dubbi sul fatto che alcune opere del passato e certi generi cinematografici potrebbero essere rinnovati e rivisitati attraverso i remake (anche se il termine è tecnicamente inesatto) che riuscirebbero a trarre giovamento dall’utilizzo di tecnologie migliori e a godere della linfa rinvigorente instillata da uno sguardo contemporaneo e da un’iperattività progressista. Ma quando l’opera originaria passa attraverso più di un imbuto, il rischio è che il prodotto ottenuto - seppur realizzato in maniera accattivante - risulti più distante di quanto si sarebbe immaginato dalle intenzioni dell’idea originaria. Se poi alle origini c’è un nome altisonante come quello dell’autore più visionario e onirico della storia del Cinema ItalianoFederico Fellini, la “trasmigrazione” dell’opera diventa un processo di traduzione visiva eterogenea che cerca un suo spazio autonomo negli interstizi della cinematografia contemporanea. A questa rielaborazione filmica si frappone inoltre un ulteriore livello di rimediazione, come inteso autenticamente da Mc Luhan, che è quello del teatro di Broadway, ricordata fin dai delicati rintocchi dell’incipit. È solo tenendo ben presenti queste basi semiologiche - il musical è il segno di uno spettacolo, che è il segno di un film - che si evita di considerare Nine in un’ottica esclusivamente comparativa con il capolavoro felliniano Otto e mezzo. Il Premio Oscar per l’indimenticato Chicago, su cui gli arguti fratelli Weinstein hanno erroneamente provato a fare leva per la campagna promozionale (con il grido da strillone “If you liked Chicago you’ll love Nine”), Rob Marshallporta sul grande schermo quello che definisce, con slancio tanto ruffiano quanto rispettoso, il proprio omaggio a Fellini, ma, nel suo tentativo coraggioso, ambizioso e anche demagogico, finisce per onorare più il musical hollywoodiano che il genio di Rimini. Spostando, forse inconsciamente, la traiettoria del suo obiettivo, Marshall non lega il suo ultimo film a quello italiano con una connessione vischiosa e rischiosa, ma lo annoda prima ancora allo show omonimo che calca con enorme successo le scene dei teatri americani dagli anni ‘80. La parabola narrativa viene mantenuta quasi intatta pur accentuando i vezzi e i vizi del protagonista, Guido Contini, regista sull’orlo di una crisi creativa con il produttore sul collo e un film in preparazione, e le debolezze e le virtù del parterre di donne che lo circondano e che abitano numerose i suoi sogni, le sue visioni e le sue evasioni a occhi aperti. Calcando la mano sui suoi personaggi, le cui psicologie però non affiorano in maniera così lampante da alcuni degli attori, come per la mamma interpretata da una Sophia Lorenpiù diva che attrice, la sceneggiatura di Michael Tolkin e del commemorato Anthony Minghella soccombe all’immagine, alla musica e ai difetti tecnici della regia. Il soggetto di Fellini e Flaiano arretra sotto il colpo frenetico del musical elettrico con i suoi numerosissimi siparietti musicali, che interrompono lo sviluppo narrativo piuttosto che accompagnarlo o integrarlo, com’era invece perfettamente riuscito in Chicago. Il problema principale diNine è la mancata commistione tra plot, brani musicali e coreografie, tra recitazione e tecnica: le cantatine e i balletti, davvero poco consistenti e talvolta fin troppo leggeri, frenano i dialoghi e l’azione anziché costituirne uno spettacolare prolungamento, come insegnano i film della migliore tradizione musicale, e ne diventano surrogati immotivati che intervallano geometricamente la storia del protagonista. Si ha l’impressione che i numeri musicali siano utilizzati come banchi di prova per gli attori, ineccepibili stelle del firmamento internazionale, piuttosto che come un flusso perfettamente integrato con il melodramma dipanato davanti allo sguardo dello spettatore: in questo modo la storia dell’esasperato Guido, qui più nevrastenico che depresso con tutti quei tic e quelle mossette opinabili, dotata di pathos ma anche d’ironia e di vis polemica (si pensi al rapporto con il clero) slitta e abbassa i toni rischiando di annoiare il pubblico. A fare eccezione due strepitosi brani della colonna sonora, quelli caratterizzati da un ritmo travolgente ed energico ed eseguiti con sbalorditiva verve in performance sorprendenti, che ci permettono di mettere da parte per pochi momenti la nostalgia dell’insuperabile e melodica musica di Nino Rota: “Be Italian”, che permette a Stacy Ferguson, cantante dei Black Eyed Peas, qui nei panni di Saraghina, una corpulenta e conturbante vamp marina, di esibirsi in un numero d’effetto e di grande suggestione e “Folies Bergere” interpretata dalla magistrale signora Judi Dench, alias grillo parlante Lillie, alla quale, probabilmente non a caso, viene affidata la battuta “L’amore non è amore senza canto”. Il cast (e il budget) galattico di Nineammicca al grande pubblico mentre indossa costumi sfavillanti, balla e canta sullo sfondo di un fondale maestoso che rappresenta il Colosseo e ci accompagna per le strade romane della Dolce Vita, tra colori più spagnoleggianti che italiani, tra lo stile glamour ed esuberante degli anni ‘60 e le tinte calde della città eterna che fu contesa da paparazzi voraci, produttori irrompenti negli studi di Cinecittà, stilisti audaci, alfa siluriche e vespe bianche, rayban scuri e talari nere. Ma la celebrità attoriale finisce per reprimere e appiattire le personalità dei personaggi interpretati, complici colpose anche le riprese di Marshall, che sembrano spesso inarcarsi nelle interruzioni brusche e nelle cesure poco logiche tra un gesto e una battuta. Così sottraggono l’intensità visiva al talentuoso Daniel Day-Lewis, che non risulta particolarmente a suo agio nei momenti musicali durante i quali confessa i pensieri e le fantasie di Guido, e alla statuaria musa-Nicole Kidman che, sotto i riflettori e nelle angolazioni da book fotografico, sembra assai lontana dalla clamorosa performance nel musical Moulin Rouge. Esaltano nelle loro interpretazioni e nei loro simmetrici profili di prima donna lafemme fatale Penelope Cruz, che si cala alla perfezione nel ruolo dell’ingenua Carla, a metà tra seduttrice corredata di pizzi e guêpière ultrasexy e amante inquieta dotata di romantici slanci emotivi, e l’adorabile Marion Cotillard, nel ruolo dell’indulgente Luisa Contini, moglie fragile che ama un uomo con troppe donne nella testa e un regista con nessuna idea per un film. Il duo artistico si confronta a ritmo di burlesque infiammabile e melodramma familiare in un duello combattuto fino all’ultimo sguardo per emozionare i più sensibili a un amour fou complicato e tragico.
    a cura di Angela Cinicolo
    Articolo tratto da http://www.movieplayer.it/articoli/06507/all-that-music/


  • 01/26/10--13:07: Baciami Ancora (chan 2746912)
  • Bella recensione sul film in uscita di Gabriele Muccino:

    Il 29 gennaio ritorna al cinema il sequel de “L’ultimo bacio”, uno dei film più amati dagli italiani negli ultimi tempi,: “Baciami Ancora” di Gabriele Muccino.

    Dopo dieci anni dal primom capitolo, gli stessi protagonisti e lo stesso regista ritornano a raccontare le vicende amorose di un gruppo di amici romani.

    Nel sequel, infatti, ci sono proprio tutti i compagni di viaggio di Carlo (Stefano Accorsi) e Giulia (Vittoria Puccini): Marco (Pier Francesco Favino), Paolo (Claudio Santamaria), Adriano (Giorgio Pasotti), Alberto (Marco Cocci) e Livia (Sabrina Impacciatore).

    L’unica assente è Giovanna Mezzogiorno, sostituita dalla Puccini nel ruolo di Giulia.

    Carlo e Giulia si sono separati e Giulia ora vive con Simone (Adriano Giannini). Paolo ha una relazione con Livia, e quando Adriano ritorna in Italia cerca di costruire un rapporto con il figlio che ha abbandonato alla nascita. Marco e Veronica sono in crisi: vorrebbero dei figli che non vengono perché Marco non fa’ gli esami necessari. Così Veronica lo tradisce per poi ritornare sui suoi passi.

    Un tragico evento sconvolge le vite dei protagonisti, ora pronti a redimersi e finalmente disposti a crescere.

    Il regista Muccino ritorna con questo film a raccontare la generazione dei quarantenni, con le loro fragilità e la precarietà dei sentimenti. Gli unici punti fermi sono i figli e la famiglia, che prima strangola e soffoca e poi diviene unica ancora di salvezza.

    Il regista Muccino cerca di descrivere i problemi e le difficoltà delle coppie moderne.

    Le figure femminili sono descritte come traditrici, egoiste, vendicative; mentre quelle maschili sono deboli, senza carattere, “bamboccioni”.

    I dialoghi sono da fotoromanzo: la parola “amore” viene usata e abusata così spesso che alla fine perde ogni significato. Non c’è romanticismo, non c’è passione, né sogni da rincorrere ma solo poche idee confuse sulla generazione dei quarantenni di oggi.

    La pellicola spesso fatica a volgere al termine, perché frammentaria. Risulta una via di mezzo tra il “GF” e un videoclip musicale: tante storie che si accavallano in modo statico e confusionario.

    Il finale poi è scontato e banale: la morte che porta a capire l’importanza della vita e della sua fragilità è una tematica troppo abusata.

    La colonna sonora è stata affidata a Jovanotti e promette di diventare un tormentone, avendo già scalato tutte le classifiche.

    - Martedì 26 Gennaio 2010 alle 17:45

    http://www.onecinema.it/26/01/2010/baciami-ancora-recensione/


  • 01/27/10--16:05: The Wolfman (chan 2746912)
  • Un classico al cinema! Riecco l’uomo lupo…!

    Ragazzi vi consiglio la lettura di questo articolo di repubblica.it

    ROMA - Lo avevamo lasciato nei panni romantici e guerriglieri delChe firmato Steven Soderbergh: basco calcato sulla testa, eroe da battaglie perse, pronto ad andare incontro al suo destino da martire. In una quasi identificazione col personaggio. Ecco perché, adesso, è leggermente spiazzante ritrovare Benicio Del Toro con maschera, trucco e dentoni da lupo mannaro, nell’horror-remakeThe Wolfman di cui è protagonista e produttore. Un popcorn movie, fatto apposta per il grande pubblico. Ma lui, col suo sguardo sempre intenso e la sua voce tranquilla, per spiegare il cambiamento ricorre a una metafora gastronomica: “E’ vero, questo è un film diverso dai miei precedenti ma a me, ogni tanto, piace anche qualcosa di dolce: una caramella, un pezzetto di cioccolato… anche se poi tornerò al salato, le cose dolci vanno prese a piccole dosi”. Del Toro, insomma, rivendica il suo non essere artisticamente a una dimensione - serioso, tormentato, impegnato. “Anche a me piace divertirmi - dice, sorridendo - ed è per questo che ho accettato di fare un horror che è un omaggio a opere di culto come Frankenstein,DraculaLa Mummia… quando ero bambino adoravo questi film, li ho visti tutti”. In particolare, The Wolfman - diretto dal Joe Johnston di Jurassic Park IIIHidalgo - è il rifacimento dell’omonimo film del 1941 con Lon Chaney jr. “E’ un omaggio esplicito, anche se con un approccio un po’ diverso rispetto all’originale - prosegue l’attore - qui abbiamo cercato di rendere la storia dell’uomo-lupo più realistica. Con l’idea che siamo di fronte a una forma di addiction, di dipendenza: qualcosa che l’individuo non controlla, che è più forte di lui. La bestia che è dentro di noi”. E c’è anche un’altra differenza: “Lì Chaney era più una vittima, il mio personaggio invece è più attivo, più partecipe”. Il divo - premio Oscar per Traffic - parla del film e della sua interpretazione alla Casa del cinema di Roma, nella sua breve trasferta promozionale in Italia. Con lui c’è Emily Blunt, attrice che ci ha fatto già divertire in Il diavolo veste Prada e che ritroveremo, come protagonista assoluta, del film Young Victoria (sulla giovinezza della sovrana britannica). Qui, invece, le tocca la parte della moglie di un uomo che scompare; e così il fratello dell’uomo (Benicio Del Toro) torna a casa e insieme a un padre quasi estraneo (Anthony Hopkins) e alla cognata si trova di fronte a un grande mistero. Prima di essere morso da una creatura che lo trasformerà irrimediabilmente… “E’ un genere di film che non passerà mai di moda - commenta Del Toro - dai tempi di Frankenstein fino a oggi: vampiri, lupi mannari, mostri come King Kong, zombie, fantasmi. Credo che sarà così finché non sapremo con certezza che cosa ci sia dopo la morte. Fino a quel momento ci piacerà sempre divertirci, emozionarci, impaurirci con queste cose”. Ma oltre al fascino intramontabile degli horror di stampo classico, The Wolfman si affida anche molto agli effetti speciali, al trucco (per il protagonista tre-quattro ore al giorno per metterlo e altre due per toglierlo) e a un’interpretazione della figura dell’uomo-lupo in chiave psicoanalitica, centrata sul conflitto padre-figlio. Una chiave di lettura condivisa da del Toro, che anche in questo caso ricorre a una (strana) metafora: “E’ come in Amleto, o meglio, i due personaggi maschili sono come due spermatozoi, cercano entrambi di trovare la direzione giusta: ma nessuno ci riesce”. Quanto ai progetti futuri, il divo spiega che il film in programma con Martin Scorsese, Silence, è slittato: “Al momento - scherza - sono disoccupato”. Ma si fa serio quando spiega che un obiettivo, come attore, ancora ce l’ha: “In questo film ho guardato molto recitare Anthony Hopkins, con un grande come lui non se ne può fare a meno. E mi sono accorto che il suo segreto è la semplicità. Ecco, vorrei raggiungere anch’io quel livello di semplicità: non ci sono ancora arrivato”.
    di CLAUDIA MORGOGLIONE da http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2010/01/27/news/benicio_diventa_wolfman-2091417/


  • 01/28/10--14:05: Alice in Wonderland (chan 2746912)
  • Il solito Tim Burton, un grande Johnny Depp.

    Alice in Wonderland è un film diretto da Tim Burton, la cui uscita è prevista per il 3 marzo 2010, e tra gli altri interpretato da Johnny DeppMia WasikowskaAnne HathawayHelena Bonham CarterCrispin Glover. L’opera mescola tecnologie visive e di fotografia tra live actionmotion capturestop motion. È la trasposizione cinematografica dei racconti Alice nel paese delle meraviglieAttraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò di Lewis Carroll. Alice Kingsley (Mia Wasikowska), ormai diciassettenne, non ricorda più nulla del suo straordinario viaggio. Va ad una festa solo per scoprire che è stato combinato un matrimonio tra lei e un nobile, Hamish Ascot (Leo Bill). Durante la festa, intravede il Bianconiglio (Michael Sheen) e corre nella foresta, ma il Bianconiglio la afferra e la fa precipitare nella sua tana. Dopo la caduta, Alice si trova in un’ ampia stanza, beve una pozione che la fa rimpicciolire e sente le voci del Dodo(Paul Whitehouse), del Topo (Barbara Winsdor) e del Bianconiglio. Esce da una minuscola porta e finisce in un giardino, dove ci sono il Bianconiglio, il Topo, il Dodo, Pancopinco e Pincopanco (Matt Lucas) che parlano di lei come una salvatrice, e che si riferiscono al Paese delle Meraviglie chiamandolo Underland. Insieme vanno all’Oraculum, che dice ad Alice di uccidere il Jabberwocky (Christopher Lee), un mostro sanguinario al soldo della Regina Rossa (Helena Bonham Carter). Alice capisce sempre meno, ma ad un tratto il gruppo viene aggredito dal Bandersnatch, una creatura simile a un orso e trattenuta da delle carte capeggiate dal malvagio Fante di Cuori (Crispin Glover). Alice rimane paralizzata davanti alla bestia, ma il Topo distrae il Bandersnatch e Alice scappa. Nella fuga Pancopinco e Pincopanco vengono catturati dall’ Uccello Jubjub. Nel frattempo, nel suo castello, la perfida Regina Rossa accusa uno dei suoi schiavi di aver rubato una torta e gli fa tagliare la testa. Il Fante di Cuori entra nella stanza e le da l’Oraculum. La Regina Rossa, infuriata, incarica il Fante di portargli la testa di Alice. La ragazza sta ancora scappando, quando incontra nella foresta lo Stregatto (Stephen Fry), che rimane profondamente colpito, le dice che deve uccidere il Jabberwocky e accompagna Alice a casa del Cappellaio Matto(Johnny Depp) e del Leprotto Bisestile (Noah Taylor) per curare le sue ferite. Durante il viaggio che segue, Alice incontra la Regina Bianca (Anne Hathaway), scopre il significato del vero amore e realizza che dovrà combattere la Regina Rossa, il Jabberwocky, e liberare il Paese delle Meraviglie dalla Tirannia. Burton ha premesso in una conferenza stampa tenutasi l’11 dicembre 2007, che è sua intenzione rappresentare interamente la sacralità della storia e di renderla in tutto e per tutto conforme all’opera di Carroll, cosa che a suo dire non è mai riuscita nei precedenti film a esso ispirati. Articolo tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Alice_in_Wonderland_(film_2010)


  • 02/18/10--13:18: Afterschool (chan 2746912)
  • Sesso, bugie & videotape all’epoca di YouTube: convince l’horror “scolastico” di Campos

    Sesso, bugie & videotape. Potremmo parafrasare così Afterschool, diretto dall’italo-brasiliano Antonio Campos e già caso al Certain Regard di Cannes nel 2008. Sulla scia dell’inarrivabile Elephant di Gus Van Sant, ma anche prendendosi tutte le scorciatoie del caso (dell’arte), il giovane regista, anche sceneggiatore e montatore, porta la sua macchina da presa catatonica e “sgrammaticata” in una prep school Usa (esperienza nel suo curriculum vitae), dove i samples del porno virtuale sono più appetibili della prima volta reale, la cocaina viene tagliata col topicida, le camere sono condivise soprattutto dalla menzogna e la più bella della scuola, in duplice copia, è la vittima predestinata. Innanzitutto, della noia, una noia omicida. Come horror vuole, non a caso, perché qui l’orrore è quello dell’ipocrisia americana, l’elaborazione asettica e farmacologizzata di ogni lutto, dalla morte della Barbie di turno alla guerra in Iraq. Dal piccolo al globale, dagli studenti dell’oggi alla classe dirigente che saranno, questo doposcuola – titolo ingannevole, non è per teenager – sa anche di post educazione, ovvero la seconda realtà virtuale, meglio artificiale, in cui, almeno a una certa età, si vive e si impara sempre più, a scapito della vita, quella fatta di carne, ossa e aria, che letteralmente non si sa più vivere.
    E pazienza se tra questa realtà di seconda mano – una mano stupefacente e letale – e l’estetica YouTube, Facebook e simili, il compiacimento di Afterschool fa capolino sulle spalle altezzose del lowbudget e dell’arte che (non) si vuole tale. Sono bugie anche queste, ma (quasi) innocue… E comunque necessarie per raccontare altre menzogne, e altri specchi, che Antonio Campos ha la forza di infrangere e mandare in mille pezzi, tagliandosi pure le mani, se non gli occhi. Ma sono ferite che non scalfiscono la sua consapevolezza, quella di un “fighetto” cresciuto a prep school. Ma, fortunatamente, non anestetizzato.

    Articolo tratto da www.cinematografo.it di Federico Pontiggia


  • 02/19/10--14:29: A Single Man il nuovo film di Tom Ford (chan 2746912)
  • Il film “A single man”, film presentato alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia (2009), è il nuovo film diretto dal regista Tom Ford che uscirà nelle sale italiane il 15 gennaio 2010. Nel Cast del film “A single Man” ci sono i due grandi attori Colin FirthJulianne Moore. La sceneggiatura del film è stata adattata attraverso una rielaborazione personale del regista: il film “A single man” è infattitratto dal romanzo omonimo scritto da Christopher Isherwood, provocatorio scrittore inglese. Il film “A single man” racconta di un uomo solo (il personaggio di George interpretato da Colin Firth) che non rifiuta mai di vivere le gioie e le sofferenze, che aspetta la morte ma sazio di vita. Un film sulla reciprocità dei due concetti universali di Vita e Amore, un amore omosessuale che però non diventa il tema esclusivo del racconto. Il protagonista del film “A single man” (Colin Firth) si lascia trasportare dal sentimento dell’ amore che va oltre la morte fisica dell’ uomo amato, si fa portatore di un dolore universale dato dalla scomparsa della persona amata. Il film “A single man” è un film melodrammatico e sentimentale: il protagonista del film rivive il suo amore negli oggetti e negli spazi che ha condiviso con la persona amata. La storia del film “A single man” è semplice e carica di interiorità. La fotografia di Eduard Grau e la musica di Shigeru Umebayashi ricercano (come il protagonista del film “A single man”) la bellezza e l’ armonia perduta. Le luci e i suoni del film “A single man” infiammano e sgelano il clima di “guerra fredda” che fa da sfondo alla storia dell’ America negli anni Sessanta. In questo modo, con un unico film, il regista Tom Ford e il suo “A single man” (Colin Firth) conquistano un posto nella storia del cinema. Il film “A single man” uscirà al cinema dal 15 Gennaio 2010.

    LA TRAMA DEL FILM “A SINGLE MAN”
    La trama del film è ambientata nella solare California degli anni ‘60. George Falconer (interpretato da Colin Firth, vincitore Coppa Volpi come miglior attore) è un professore gay di letteratura inglese in una università di Los Angeles. George resta un uomo solo dopo la morte in un incidente stradale di Jim, compagno amato da sedici anni (interpretato da Matthew Goode). Afflitto dal dolore e incapace di reagire alla perdita della persona amata, George pensa al suicidio con un colpo di pistola. La trama del film segue George in tutte le sue azioni per una giornata intera, dal risveglio fino all’ intenzione del suicidio. Proprio quando George cerca di lasciare tutte le sue cose e i suoi pensieri in ordine in vista della sua morte imminente, ricomincia ad imparare a godere delle piccole cose che danno senso all’ esistenza. Questo grazie soprattutto all’ aiuto e al conforto di due care persone: la vecchia amica Charley (interpretata da Julianne Moore), da sempre innamorata di lui nonostante la sua omosessualità dichiarata, e un giovane studente sensibile e disponibile, Kenny (interpretato da Nicholaus Hoult).
    IL TRAILER DEL FILM “A SINGLE MAN”
    (Regia: Tom Ford, Con: Colin Firth, Julianne Moore, Nicholas Hoult, Matthew Goode; film in uscita al cinema dal 15 Gennaio 2010)
    Articolo tratto da www.iocinemablog.it

  • 02/22/10--15:05: Che fine hanno fatto i Morgan? (chan 2746912)
  • Dicono tutti che questo film é divertentissimo!!!

    Su www.repubblica.it ho trovato questa recensione, spero vi piaccia:

    Avevano già recitato insieme, quattordici anni fa, in un film non certo indimenticabile come Soluzioni estreme. Ma visto che lui, Hugh Grant, è il campione maschile delle commedie romantiche, e lei, Sarah Jessica Parker, un’icona di stile, un loro nuovo incontro, in un’ottica ben più brillante e patinata, era inevitabile. E così eccoli qui di nuovo, a fare coppia - da protagonisti - in Che fine hanno fatto i Morgan?, appena sbarcato nelle nostre sale.
    Scritta e diretta dallo specialista Marc Lawrence (Scrivimi una canzoneDue settimane per innamorarsi),la pellicola punta molto sulla popolarità e sull’appeal delle due star ormai non più giovanissime: quello più ironico e sottotraccia di Grant, e quello più glamour della reginetta di Sex & the City. Qui i due interpretano un marito e una moglie newyorkesi in crisi matrimoniale, schiavi dei loro rispettivi blackberry e dei loro assistenti personali. Ma quando lui, Paul, invita lei, Meryl, a cena, in un tentativo di riconciliazione, arriva l’imprevisto che cambia tutto: diventano testimoni di un crimine, vengono inseriti nel programma protezione testimoni e sono costretti a lasciare la metropoli.

    La loro nuova destinazione è nella natura e nella vita decisamente più semplice del Wyoming, in un piccolo paese di cowboy. Dove - aiutati anche dal capo dei federali Clay (Sam Elliot) e da sua moglie Emma (Mary Steenburgen) - dovranno tentare di ricostruire una vita diversa, lontani dalla frenesia e dalle comodità di New York. E con un killer in agguato…

    Insomma, una classica commedia hollywoodiana con divi molto popolari, un amore da ricomporre, equivoci e imprevisti a condire la storia. “Ci sono molti film - romantici - ha spiegato Hugh Grant, che del genere sicuramente se ne intende - ma poche sono realmente divertenti come questa”. Quanto alla lavorazione, le scene più complesse non sono state quelle girate nella Grande Mela, ma nel selvaggio New Mexico (che sullo schermo è diventato il Wyoming): animali, fucili, e altre situazioni stile cowboy.

    n particolare, i due attori protagonisti hanno giurato che non dimenticheranno mai la sequenza che hanno dovuto girare con un orso vero - per quanto si trattasse di un attore già sperimentato in altri film, tra cui Il Dottor Dolittle 2. “All’inizio è stata un’esperienza terrificante”, ha raccontato Grant. “Ero davvero terrorizzata”, gli ha fatto eco la Parker. Che si è anche esibita in una scena in cui le viene insegnato a mungere una mucca: e per una abituata a indossare, sullo schermo, abiti da migliaia di dollari e scarpe Manolo Blanhik, è stato un bel contrappasso…

    Di CLAUDIA MORGOGLIONE


  • 02/23/10--08:07: "Due vite per caso", uno sguardo su un'Italia profondamente malata (chan 2746912)
  • Primo film italiano in concorso nella sezione Panorama, Due vite per caso di Alessandro Aronadio gioca con il caso e offre a Matteo il modo di reagire agli eventi che lo aspettano dietro l’angolo. Una notte il caso apre nella vita di Matteo Carli due possibili realtà a seconda che accada o meno un fatto. L’auto sulla quale viaggia insieme ad un amico a causa dell’asfalto bagnato, nella prima chance va a urtare contro l’auto di due poliziotti in borgese, scatenando l’ira violenta dei due e innescando una concatenazione di eventi che porterà Matteo lungo mille difficoltà ad un probabile processo per resistenza a pubblico ufficiale, nonostante le botte ricevute dai due amci. I mesi passano inesorabili e il protagonista pieno di problemi legati soprattutto ad una cronica insoddisfazione personale, cerca malgrado tutto di reagire, non senza rinunce e ripensamenti. Nella seconda chance invece, l’auto non urta quella della polizia e questo rimette tutto in gioco consegnando la sua vita verso un orizzonte radicalmente diverso rispetto alla precedente possibilità.
    Sguardo su un’Italia profondamente malata - Due vite per caso, opera prima di Alessandro Aronadio, è la prima pellicola italiana a partecipare in concorso nella sezione Panorama, al Festival di Berlino. Un film sorprendentemente diverso dai modelli narrativi ai quali il cinema italiano ha abituato lo spettatore. Infatti Aronadio si serve del tema del doppio e del caso per parlare, attraverso il suo personaggio, di un’Italia profondamente malata. Un paese che sembra aver perso la bussola sia dal punto di vista sociale che economico.
    I due Matteo - Ciò che però il regista non fa, giustamente, è quello di presentarci i due “Matteo” come l’uno speculare all’altro. Infatti dai due ipotetici risultati a quell’evento iniziale, non emergono il Matteo bianco e quello nero, il buono o il cattivo ma una possibilità di risposta ad eventi casuali. Matteo nella prima versione così come nella seconda, possiede gli stessi sentimenti, la stessa rabbia, la stessa delusione, la stessa voglia di reagire. Solo che le pedine che il caso mette una dietro l’altra, spostano il suo modo di reagire. In entrambi i casi ad emergere è lo stato della nostra società che interferisce nel bene e nel male nell’agire umano.
    Un gruppo di bravi attori a servizio della storia - Un ruolo importante è affidato proprio a questi tasselli che prendono vita attraverso i personaggi che ruotano intorno alla vita del protagonista e che rimodulano anch’essi l’agire a seconda che accada o meno l’evento di partenza. Un gruppo di bravi attori a servizio della storia. Essi servono a Matteo come Matteo serve a loro. Sullo sfondo i numerosi fatti di cronaca e violenza che hanno visto attraversare l’Italia negli ultimi anni: dal G8 di Genova alle violenze sulle donne, alla crescente intolleranza nei confronti degli immigrati. Quello di Aronadio è un film che ha la capacità di parlare al cuore di ognuno di noi attraverso lo stimolo di questo o quel “nostro noi stesso” che in un momento non tanto preciso si trova a confrontarsi con la realtà. Altro punto di forza del film si trova nella musica capace di sottolineare i diversi momenti del film: gli stati d’animo, le azioni. Per una volta, cosa rara nel nostro cinema, il genere e i suoi codici cinematografici servono una pellicola funzionale e coraggiosa.
    di Davide Zanza da www.tiscali.it


  • 02/24/10--15:42: SHUTTER ISLAND (chan 2746912)
  • Nel 1954 gli agenti federali Teddy Daniels e Chuck Aule vengono inviati su Shutter Island alla ricerca di una paziente, Rachel Solano, fuggita inspiegabilmente dal manicomio criminale di Ashecliffe che sorge sulla remota isola al largo di Boston.
    Durante il loro soggiorno una tempesta interromperà i collegamenti con la terraferma e Teddy dovrà combattere i propri demoni e la mancata elaborazione della perdita di sua moglie.

    Solitamente si fa risalire l’inizio dell’applicazione sperimentale della terapia di gruppo ai primi del novecento, pratica inizialmente in uso al Massachussets Hospital di Boston e, successivamente con l’applicazione dello Psicodramma all’abreazione dei traumi da guerra si raggiunsero risultati inaspettati nella cura delle psicosi. Lehane imbastisce un’elaborata costruzione di traumi pregressi e successive elaborazioni e Scorsese usa la sua ormai nota abilità nel costruire le atmosfere per rendere al meglio le ossessioni dei suoi protagonisti.
    Prima ancora di essere un luogo, Shutter island è uno spazio all’interno della mente di chi si trova invischiato nella ragnatela tessuta dalle angosce della guerra fredda, che per anni hanno avvelenato il cuore e il cervello di molti americani. Il terrore rosso diviene qui in primo luogo un terrore nero. L’anima nera dell’Europa nazista ha scavato un solco profondissimo nel cuore di chi si è trovato ad aprire il vaso di Pandora dei campi di concentramento. E a partire da questo che il protagonista, un intenso Leonardo Di Caprio, si trova a fare i conti con la follia. Il luogo di scontro è apparentemente un’isola/manicomio/carcere federale da cui fuggire è impossibile. Ma il vero territorio di combattimento è nella mente. La posta in palio è la sanità mentale di chi ne ha viste davvero troppe.
    L’unico sentimento possibile è la diffidenza, che presto degenera in vera e propria paranoia.
    E trovandoci all’interno di un manicomio criminale ci sarà di certo un ottimo motivo per coltivarne quanto basta a rendere vischiosa la percezione e melmoso il lavoro che si è chiamati a compiere.
    La melma avvolge il pensiero e le azioni si fanno confuse. E quando lo spettatore avrà la sensazione di aver capito, probabilmente subirà un leggero disorientamento. Nulla al confronto con quello che Teddy scoprirà sull’isola.
    Nulla davvero se confrontato con quello che alla fine il tutto nasconde.

    Scorsese compie un’operazione di accurata chirurgia e rende come in uno psicodramma la rappresentazione della follia che permea le pagine del riuscito romanzo di Dennis Lehane.
    Essa prima ancora di abitare a Shutter Island si è senz’altro trasferita là dalla vita vera, in primo luogo dall’esperienza della guerra e la sola vista dei campi di concentramento basta a suggerire il sospetto che solo il ritorno alla follia  possa guarire un animo malato.
    L’atmosfera è sicuramente il punto di forza di quello che finisce per essere l’ennesimo lavoro ben fatto dell’ultimo periodo di Scorsese. Un periodo che regala allo spettatore dei bei film certo, ma è da tempo che non produce ormai nessun capolavoro. Di Caprio ce la mette davvero tutta, e i risultati non sono certo disprezzabili.
    Del resto Scorsese ha alle spalle un’enorme esperienza nel lavoro con gli attori, ma non sempre l’alchimia che ha creato intense collaborazioni in passato si può riprodurre.
    Tutti comprimari offrono con naturalezza una recitazione composta e convincente, con una menzione speciale per l’ambiguo Ben Kingsley, che coniuga con maestria la rigidità data dal ruolo  con l’umanissima pena per i mali dell’anima.
    La regia perfetta induce angoscia nello spettatore alla sola vista del faro, mentre i flasback leggermente didascalici sfilacciano a mano a mano la percezione del reale da parte di Teddy, che inconsapevolmente scivola sempre di più all’interno del delirio operato da una mente in fuga dal proprio passato.

    E se “perfetto” è l’aggettivo che a più riprese viene in mente a proposito di questo ultimo lavoro del maestro, è pur vero che spesso esso è sinonimo di freddezza. Come a dire che Scorsese rimane un grande regista, ma che col tempo quello che ha guadagnato in perfezione ha purtroppo speso in calore.
    Ma forse quel che affermiamo potrebbe esser frutto di un momentaneo eccesso di follia.
    E sarebbe perdonabile comunque, se ad indurlo fosse stata la malsana atmosfera di Shutter Island.

    Recensione di: Anna Maria Pelella su www.cinemalia.it


  • 03/02/10--08:52: In attesa della notte degli Oscar 2010... (chan 2746912)
  • Articolo tratto www.filmissimo.it/

    L’82° edizione della cerimonia di assegnazione degli Oscar si terrà il 7 marzo 2010. Rispetto agli altri anni con qualche giorno di ritardo.
    Le candidature invece sono già state rese note il  2 febbraio del 2010.
    In questa occasione ci sarà una novità molto importante, i film candidati agli Oscar 2010 non saranno 5, come eravamo abituati, ma ben 10, …il doppio !!!

    Dopo l’eliminazione fin dalle prime battute di “ Baaria ” di Giuseppe Tornatore, film candidato ufficiale dell’Italia ,c’è ancora una speranza per gli italiani di vedersi assegnare qualche Oscar per la fotografia, sceneggiatura e make-up  :

    Mauro Fiore Direttore della fotografia  (Avatar)
    Alessandro Camon Sceneggiatore                 (The Messenger)
    Aldo Signoretti e Vittorio Sodano Truccatori                       (Il Divo)

    Interessante , inoltre, sarà la gara tra “ The Hurt Locker ” di Kathryn Bigelow e “ Avatar ” di  James Cameron entrambi con 9 nominations.  Vedremo chi riuscirà tra i due ex coniugi  a spuntarla.

    Ed ora in attesa della notte degli Oscar 2010 ecco la lista delle nominations:

    Miglior film
    Avatar
    The Blind Side
    Bastardi senza gloria
    District 9
    An Education
    The Hurt Locker
    Precious
    Tra le nuvole
    A Serious Man
    Up

    Migliore regista
    James Cameron – Avatar
    Kathryn Bigelow – The Hurt Locker
    Quentin Tarantino – Bastardi senza Gloria
    Lee Daniels – Precious
    Jason Reitman – Tra le nuvole

    Migliore attore protagonista
    Jeff Bridges – Crazy Heart
    George Clooney – Tra le nuvole
    Colin Firth – A Single Man
    Morgan Freeman – Invictus
    Jeremy Renner – The Hurt Locker

    Migliore attrice protagonista
    Sandra Bullock – The Blind Side
    Helen Mirren – The Last Station
    Carey Mulligan – An Education
    Gabourey Sidibe – Precious
    Meryl Streep – Julie and Julia

    Miglior attore non protagonista
    Matt Damon – Invictus
    Woody Harrelson – The Messanger
    Christopher Plummer – The Last Station
    Stanley Tucci – Amabili resti
    Christoph Waltz – Bastardi senza Gloria

    Migliore attrice non protagonista
    Penelope Cruz – Nine
    Vera Farmiga – Tra le nuvole
    Maggie Gyllenhaal – Crazy Heart
    Anna Kendrick – Tra le nuvole
    Monique – Precious

    Migliore sceneggiatura non originale
    Neill Blomkamp – District 9
    Nick Hornby – An Education
    Jesse Armstrong, Simon Blackwell, Armando Iannucci e Tony Roche
    Geoffrey Fletcher – Precious
    Jason Reitman – Tra le nuvole

    Migliore sceneggiatura originale
    Mark Boal – The Hurt Locker
    Quentin Tarantino – Bastardi senza gloria
    Oren Moverman e Alessandro Camon – The Messenger
    Joel e Ethan Coen – A Serious Man
    Pete Docter e Bob Peterson – Up

    Migliore film straniero
    Ajami – Israele
    El Secreto de sus Ojos – Argentina
    The Milk of Sorrow – Perù
    Un profeta – Francia
    Il nastro bianco – Germania

    Migliore film d’animazione
    Coraline
    Fantastic Mr. Fox
    La principessa e il ranocchio
    The Secret of the Kells
    Up

    Migliori scenografie
    Avatar
    Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il diavolo
    Nine
    Sherlock Holmes
    The Young Victoria

    Migliore fotografia

    Avatar
    Harry Potter e il Principe Mezzosangue
    The Hurt Locker
    Bastardi senza gloria
    Il nastro bianco

    Migliori costumi
    Bright Star
    Coco avant Chanel
    Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il diavolo
    Nine
    The Young Victoria

    Miglior montaggio
    Avatar
    District 9
    The Hurt Locker
    Bastardi senza gloria
    Precious

    Miglior Make Up

    Il divo
    Star Trek
    The Young Victoria

    Migliore colonna sonora
    Avatar
    Fantastic Mr.Fox
    The Hurt Locker
    Sherlock Holmes
    Up

    Migliore canzone originale
    “Down in New Orleans” – La principessa e il ranocchio
    “Almost There” – La principessa e il ranocchio
    “Loin de Paname” – Paris 36
    “Take It All” – Nine
    “The Weary Kind (Theme from Crazy Heart)” – Crazy Heart

    Miglior Sound Editing
    Avatar
    The Hurt Locker
    Bastardi senza Gloria
    Star Trek
    Up

    Miglior Sound Mixing
    Avatar
    The Hurt Locker
    Bastardi senza Gloria
    Star Trek
    Transformers – La vendetta del Caduto

    Migliori effetti speciali visivi
    Avatar
    District 9
    Star Trek

    Migliore documentario
    Burma VJ
    The Cove
    Food Inc.
    Which Way Home

    Miglior corto documentaristico
    China’s Unnatural Disaster: The Tears of Sichuan Province
    The Last Campaign of Governor Booth Gardner
    The Last Truck: Closing of a GM Plant
    Music by Prudence
    Rabbit à la Berlin

    Miglior cortometraggio d’animazione
    French Roast
    Granny O’Grimm’s Sleeping Beauty
    The Lady and the Reaper (La Dama y la Muerte)
    Logorama
    A Matter of Loaf and Death

    Miglior cortometraggio

    The Door
    Instead of Abracadabra
    Kavi
    Miracle Fish
    The New Tenants

    By Maryon


  • 03/03/10--15:34: Bastardi senza gloria (chan 2746912)
  • Dialoghi divertenti, poca azione e uno straordinario Cristoph Waltz: è il nuovo Tarantino, senza clamori!

    L’attesissimo Inglourious Basterds (da noi Bastardi senza gloria) di Tarantino arriva finalmente in sala: venerdì 2 ottobre, in 400 copie con Universal.
    La storia è nota: un gruppo di soldati ebrei Usa, reclutati e comandati da Brad Pitt(tenente Aldo Raine), si rende protagonista nella Francia occupata di efferate azioni di guerriglia contro i nazisti, presi a mazzate e per i capelli (ogni basterd deve riportare a Raine 100 scalpi…).
    Ma in realtà questa violenza é più raccontata che mostrata: le scene pulp si contano su tre dita, mentre alla ribalta viene portata la parola, il dialogo, con il vero protagonista del film: il formidabile attore austriaco Christoph Waltz, nei panni del colonnello SS Hans Landa,”il cacciatore degli ebrei”, dall’eloquio ironico, dialettico, colto e poliglotta.
    É lui a mettere in ombra non solo Pitt, ma anche la missione dei basterds: mettere a ferro e fuoco una sala cinematografica parigina dove si terrà la premiere, alla presenza di Hitler e Goebbels, di Nation’s Pride, sulla gloria dell’esercito tedesco. Sarà proprio Landa a smascherare Raine e accoliti, spacciatisi per italiani (!), ma a vanificare il suo intervento ci penserà la vendetta della giovane Shosanna (Melanie Laurent), a cui l’SS, « gatto per i topi » ebrei, aveva sterminato la famiglia.
    Nel cast anche Diane KrugerEli RothMichael Fassbender, colonna sonora su spartito spaghetti-western - non è l’unico tributo di Tarantino al genere - di Ennio MorriconeBastardi senza gloria deve il titolo a quello pressoché identico con cui fu distribuito negli States Quel maledetto treno blindato di Enzo G. Castellari (1977) : Tarantino ne ha acquisito i diritti, non - ha precisato - per farne un remake, ma per poterne utilizzare il titolo, appunto.
    Il film si apre con la sua scena migliore, di chiara derivazione western, ovvero l’interrogatorio di Landa a un francese che nasconde sotto casa degli ebrei: tortura dialettica e linguistica, la sequenza assorbe e affina in termini performativi la lezione dialogica del Tarantino migliore, quello che ha regalato alla settima arte il nonsense verbale de Le ienePulp FictionJackie Brown.
    Qui e negli altri duelli di parola di Landa-Waltz, giustamente premiato a Cannes, sta la forza del film, che viceversa si stiracchia con stanchezza a tratti palese per due ore e 40 minuti in cui poco succede: è sul versante action - il genere war-movie di riferimento la vorrebbe serrata e travolgente – che latita, come pure sul fronte dell’iperviolenza - due o tre scalpi non fanno splatter - e del movimento puro, con il montaggio che se la prende comoda.
    Insomma, un Tarantino paroliere, grande direttore di attori, creatore di un personaggio, Landa, da antologia, ma insieme poco interessato alle azioni, e all’azione, dei basterds a cui ha dedicato il titolo.
    Se con la morte in sala di Hitler e con l’oggettiva responsabilità della macchina cinema nella sua fine, Quentin dimostra di credere ancora che la settima arte possa cambiare il mondo, cui appartiene questo film apolide (“Non sono un filmaker americano”), vogliamo crederci anche noi, ma il maccaroni-combat Inglourious Basterds non sposta le gerarchie interne della sua filmografia.

    Articolo di Federico Pontiggia tratto da cinematogrfo.it


  • 03/29/10--12:49: SUL MARE... da Venerdi al Cinema!!! (chan 2746912)
  • Venerdi 2 Aprile uscirá al cinema il nuovo e attesissimo  film di Alessandro D’Alatri! Non perdetevelo…

    Sul Mare racconta la storia di Salvatore, un ventenne spensierato e semplice che di mestiere fa il barcaiolo e d’estate porta i turisti in giro intorno e a largo dell’isola mentre d’inverno lavora nei cantieri sulla terraferma, rigorosamente in nero. Un giorno conosce Martina, una studentessa di giornalismo di Genova giunta sull’isola per le sue immersioni. I due si innamorano e vivono una passionale storia d’amore, ma mentre per Salvatore lei diventa la cosa più importante e il centro di ogni suo pensiero, per Martina tutto è sempre complicato e non sembra essere mai pienamente felice. Quando la ragazza riparte per Genova, finisce l’idillio e sparisce dalla vita di Salvatore, cade in depressione.
    Iniziato a girare il 3 settembre del 2009 per dieci settimane intensissime di riprese terrestri, marine, subacquee e aeree il film ha rappresentato una produzione a impatto zero sull’ambiente dell’incontaminata Ventotene anche perchè girato in maniera sperimentale con l’uso di nuove tecnologie digitali.

    Sul Mare arriverà nelle sale dal 2 aprile prossimo distribuito da Warner Bros. in 250 copie, un film che racconta con spirito libero di un’Italia diversa da quella che si racconta di solito, di giovani fuori dai cliché, un prodotto piacevole dedicato a chi ha voglia di qualcosa di diverso.

    Signor D’Alatri, il suo può essere definito un film anti-mocciano

    Alessandro D’Alatri: Il mio film è un film a favore del cinema, più che contro qualcosa o qualcuno. Per me non ci sono giudizi più importanti di quelli che può dare il pubblico pagante, ho realizzato Sul Mare con tanto amore e per tornare a respirare un po’ d’aria pulita, fate conto che sia il mio secondo film d’esordio. Volevo mettermi in gioco e cambiare radicalmente, tornare a giocare con nuove dimensioni per fare un cinema che non vive con la sofferenza della paura di sbagliare, una paura che purtroppo mortifica quest’arte e oggi anche il nostro paese.

    Col pretesto di parlare d’amore, il film parla delle morti bianche…

    Alessandro D’Alatri: Non ho inventato io questa formula ‘mista’, essa risponde ai canoni di un cinema che mi piace molto e che oltre a raccontare temi di intrattenimento ha anche un contenuto di fondo di grande importanza a livello umano. E’ la tradizione della grande commedia all’italiana, per fare qualche esempio impegnato potrtei citare Tutti a casaLa grande guerraUna vita difficile, o uno più scanzonato come Il Vigile. Credo che questa amarezza di fondo e questa dicotomia sia nel DNA del nostro cinema, si cerca in questo modo di evitare squilibri. Devo anche confessare che la scrittura di Anna (Pavignano) mi ha aiutato moltissimo, è stata un’occasione meravigliosa per fare tanti esperimenti, ero fermo da qualche tempo ma non per mancanza di occasioni, aspettavo di poter tornare di nuovo a giocare con il cinema.

    Quanto deve alla Warner per la realizzazione di questo film?

    Alessandro D’Alatri: La combinazione di elementi presenti nel romanzo di Anna non ha solo reso possibile il mio ritorno con entusiasmo ma ha fatto in modo che la Warner si innamorasse di questo progetto, è molto importante che una grande distribuzione abbia voluto scommettere su un film come questo, su due attori sconosciuti, fatto con delle tecnologie totalmente innovative, con contenuti che non sono quelli di solito offerti per il grande pubblico. Questo film è stato il più costoso della mia carriera, ma non parlo in termini economici perchè il capitale più grande era l’entusiasmo e la passione di tutti i miei collaboratori. Ho realizzato questo film con un gruppo di persone che hanno sposato insieme a me la voglia di tornare a fare un cinema adolescenziale, di divertirsi senza paura, tornare alle origini ogni tanto fa bene, ha fatto bene credo anche al film. Abbiamo usato cinque supporti digitali differenti a seconda della difficoltà delle ripresa e pensate che i laboratori che hanno lavorato in post-produzione hanno fatto operazioni di un certo tipo per la prima volta. Il film è girato interamente in 35mm con una macchina del costo di 8mila euro, e i risultati sono stupefacenti.

    Come ha scelto i due protagonisti?

    Alessandro D’Alatri: Non volevo fare cose raffazzonate e prendere attori 35 enni per far recitare loro ruoli da ventenni. Non volevo un’operazione commerciale e pubblicitaria, volevo due nuovi talenti, due volti freschi, due fisionomie e due regionalità ben definite. Ho cercato tra i curriculum formativi, so che suona strano che questo sia accaduto in un paese in cui tutti pensano che i curriculum non servono a niente. Ho trovato da subito il loro cammino di studi molto interessante, avevano fatto seminari e tanti corsi di recitazione e questo mi ha fatto molta simpatia. Insieme a loro due, ho fatto una ricostruzione dei due personaggi, seguendo un filiera creativa ben delineata. L’uso del digitale poi ha aiutato anche loro due, come per magia ha fatto sparire l’ansia di sbagliare.

    Voi da attori come avete vissuto queste esperienza con D’Alatri?

    Martina Codecasa: Io mi sono immediatamente appassionata alla storia, da ventenne comprendevo pienamente quel che accadeva e la loro psicologia, avevo paura che il mio personaggio potesse risultare antipatico e qualche problema l’ho avuto, perchè non è stato facile far uscir fuori che quella che sta veramente male tra i due è lei. E’ stata importante la comprensione del personaggio insieme ad Alessandro, è stato grandioso, non ci ha fatto pressioni mai, ci ha trasmesso grande sicurezza.

    Dario Castiglio: Per me la cosa più bella è stata il provino, una cosa molto interessante, di solito un attore quando va a un provino ha le battute o un testo e viene chiamato a recitare. Alessandro mi ha dato il libro e mi ha detto “domani ti farò un’intervista da personaggio, nei panni di Salvatore”. Così è iniziato lo studio del mio personaggio, su ‘chi’ è Salvatore non su ‘com’è’ Salvatore. Abbiamo fatto lunghe chiacchierate con i barcaioli di Ventotene, per capire come ragionano, come vivono, come gestiscono il quotidiano, è stata un’esperienza diversa dal solito, io avevo solo studiato e fatto piccole cose, con Alessandro ho potuto esprimere quello che ho imparato in questi anni, ho potuto mettere in pratica il mio lavoro finalmente. A 23 anni ho vissuto un’esperienza fantastica.

    Signora Pavignano, come nasce questo romanzo?

    Anna Pavignano: Nasce da un incontro, facevo un giro per le isole del Mediterraneo e mi era piaciuta particolarmente Ventotene. Salvatore esiste veramente, è un ragazzo che ho conosciuto veramente e con il quale ho fatto insieme ai miei figli un giro in barca, ricordo che ci portò a largo e ci consigliò di farci lì bagno, lui nel mentre dormiva. Ricordo che pensai “caspita che lavoro che fa questo ragazzo, e chi l’ammazza!”. Poi durante il ritorno gli chiesi cosa facesse d’inverno e lui mi ha raccontato la storia del lavoro in nero ai cantieri, con una faccia che esprimeva tutto il suo disagio, gli si leggeva in volto la non voglia di fare questo secondo lavoro, ricordo anche che parlava molto poco ma che da come gesticolava e dal suo sorriso si capiva che era molto soddisfatto della sua vita da barcaiolo. Tutto il resto è inventato.

    Come le è venuto di aggiungere l’elemento delle morti bianche nei cantieri?

    Anna Pavignano: Avevo voglia di raccontare la vita di un ragazzo che fa un lavoro nero, che corre il rischio ogni giorno, avevo in mente questo gioco di parole e colori, lavoro nero e morte bianca, qualcosa che si sposava narrativamente con i colori dell’isola, perchè Ventotene colpisce proprio per i suoi splendidi colori accesi. Questa bella vita estiva, intensa e piena di sentimenti, andava raccontata, perchè a mio avviso troppo spesso si racconta la morte di certi ragazzi e non la vita. Forse anche perchè certe morti sembrano più ingiuste di altre.
    E’ vero che non ha preso attori noti perchè alla fine i nomi sono sempre gli stessi?

    Alessandro D’Alatri: Fa parte del mio percorso scegliere attori non noti per i film, l’ho fatto dal mio primo film con Kim Rossi Stuart e poi con Fabio volo e i [PEOPLE]Negramaro[/PEOPLE], ma stavolta era ancora più sentita questa cosa. Quando da spettatore vado al cinema mi colpisce il fatto di non conoscere gli attori che recitano, mi accade soprattutto con i film orientali. E’ in quel momento che il cinema torna magico, torna ad avere quella tridimensionalità e non percepisco più la pesantezza dei curriculum e delle carriere. Non biasimo nessuno, volevo trasmettere questa mia emozione al pubblico. Ho attinto al teatro napoletano e ho scelto quasi tutti attori agli esordi. Pensate che anche il cammeo di solito mi disturba, diventa a mio avviso un’ostentazione in più. Il mio film necessitava di questa verginità dei personaggi, era indispensabile ai fini della sua credibilità.

    La figura paterna come il ruolo della famiglia è molto presente nella storia…

    Alessandro D’Alatri: La famiglia perfetta non esiste, ma esiste la famiglia presente, è stato bello raccontare la modernità della famiglia di Salvatore, sì fortemente radicata nella terra e rinchiusa in un isolamento culturale molto accentuato, ma c’è una presenza forte nella vita del ragazzo contrapposta all’assenza della famiglia di Martina. Salvatore è un ragazzo diverso dalla massa, non ha la macchina non ha la moto, lui ha la barca, è distante dai parametri cui siamo abituati dal cinema e dalla tv, con questo film ci si rende conto che esiste un’altra Italia, che possiamo recuperare l’innocenza che abbiamo nelle nostre anime ma che è stata sepolta sotto una valanga di detriti. Quando la festa del paese chiude la stagione e l’isola rimane chiusa e cala l’inverno c’è solo una cosa che resta: la famiglia. Forte ma non chiusa, aperta alla modernità.

    Con Commediasexi ha anticipato di 3 o 4 anni la degenerazione della nostra società, gli scandali sessuali, e tante altre cose. Aveva intercettato qualcosa che a noi tutti era sfuggito…


    Alessandro D’Alatri: La cosa bella di questo mestiere è che si diventa come una sorta di antenna, un ricettore di fenomeni sociali, è sicuramente un vantaggio per me perchè io sono un osservatore di comportamenti e come tale sono divenuto un cineasta. Credo sia una grande tradizione del cinema italiano quella di anticipare i tempi, in CommediaSexi ho messo cose che erano sotto gli occhi di tutti ma la cosa buffa e triste è che c’è anche chi non le vede. Il cinema è vita e se contiene la vita e la trasuda anche nelle cose più semplici come il divertissement allora va benissimo, il problema è quando il cinema non contiene vita e non racconta la vita.

    Interviste tratte da www.movieplayer.it a cura di Luciana Morelli


  • 04/01/10--11:46: NYFA AL CAPRI ART FILM FESTIVAL DAL 19 AL 24 APRILE 2010 (chan 2746912)
  • Capri Art FIlm Festival

    In collaborazione con:

    New York Film Academy

    Scuola di scrittura “Omero”

    “Nessun uomo è un’Isola, intero in se stesso. Ogni uomo è un pezzo del Continente, una parte della Terra.” (John Donne, Meditation XVII) “Se un giorno i miei figli decidessero di fare questo mestiere, forse questa sarebbe l’unica scuola che gli indicherei.” (Alessandro D’Alatri riferendosi alla New York Film Academy) Non hai tempo per girare un corto? Noi Vi diamo addirittura tre giorni! Non hai né l’attrezzatura, né il posto né la troupe per girarlo? Noi Vi forniamo una Sony HVR-V1E e tutta l’attrezzatura necessaria. Capri, la più bella fra le location. E di troupe… ve ne diamo addirittura due. Con l’altra fateci pure quello che vi pare. Non ti senti sicuro? Non ti senti all’altezza? Non abbiate paura, vi affiancheranno insegnanti professionisti della New York Film Academy, una delle più importanti scuole di cinema a livello mondiale, che da più di 19 anni insegna a studenti provenienti da tutte le parti del globo l’arte del “Fare Cinema”. Inoltre per aiutarvi a sviluppare la sceneggiatura sarete seguiti da personale scelto dalla scuola di scrittura Omero, nata nel 1988, da sempre in collaborazione con i maggiori sceneggiatori italiani e con università italiane e americane. Ancora pensi che non potresti farcela? Allora forse è meglio che cambi mestiere! Se invece pensi che ce la potresti fare, puoi iscriverti a L’Isola, il workshop di cinema del Capri Art Film Festival aperto ad aspiranti registi, sceneggiatori ed attori. Regole di partecipazione Il concorso è aperto a tutti i registi, attori e sceneggiatori di qualsiasi nazionalità nati successivamente all’1-04-1980. Per i registi: Inviare un cortometraggio, realizzato al massimo tre anni prima dalla data di pubblicazione del presente bando, corredato da curriculum, al seguente indirizzo: via Vittorio Emanuele 50, 80073, Capri, NA (Associazione Capri Film Festival) Verranno selezionati i due profili che l’organizzazione riterrà più adeguati per la realizzazione del progetto. Per gli attori: Per una prima selezione bisogna inviare curriculum e tre foto (due primi piani e una figura intera) allo seguente indirizzo: via Vittorio Emanuele 50, 80073, Capri, NA (Associazione Capri Film Festival). I profili che l’organizzazione riterrà più interessanti verranno contattati per valutare tempi e modi per svolgere un piccolo casting via Skype o per la richiesta aggiuntiva di un supporto digitale in cui il candidato recita un monologo della durata massima di due minuti. Al termine della selezione verranno scelti i sei profili (tre maschi e tre femmine) ritenuti più idonei per la realizzazione del progetto. Per gli sceneggiatori: Inviare curriculum e una sceneggiatura della lunghezza massima di 2 cartelle (o comunque per la realizzazione di un cortometraggio della durata massima di due minuti) al seguente indirizzo di posta elettronica: lisola@capriartfilmfestival.com La sceneggiatura deve categoricamente contenere i seguenti elementi. - Ambientazione su di un isola - Due mani che si avvicinano come per stringersi (ma non è detto che si stringano) - Un traghetto che parte I tre punti possono essere interpretati a proprio piacimento e gli ultimi due non per forza in ordine cronologico. Si consiglia di utilizzare al massimo 3 personaggi principali. Per ovvi motivi realizzativi non verranno prese in considerazione sceneggiature che non rientrano in un ottica di produzione low budget (quindi non inserite inseguimenti in elicottero, draghi sputa fuoco e cose di questo genere). Verranno selezionate le due sceneggiature ritenute più idonee per la realizzazione del progetto. N.B. Per tutti i candidati è obbligatorio corredare le richieste di partecipazione con le seguenti dichiarazioni: 1) Si autorizza l’Associazione “Capri Film Festival”, organizzatore del Concorso, ai sensi della Legge 196/2003 e successive modifiche ed integrazioni, al trattamento anche informatico dei dati personali e ad utilizzare le informazioni inviate esclusivamente per tutti gli usi connessi al Concorso ed alle manifestazioni collegate. 2) Per i soli sceneggiatori, dichiarazione in cui l’autore afferma l’autenticità degli elaborati e la cessione dei diritti per un’eventuale pubblicazione da parte dell’Associazione “Capri Film Festival”. Se minorenni ambedue le dichiarazioni devono essere autorizzate dai genitori dell’autore. Il diritto di proprietà dell’opera rimane all’autore stesso. Qual è il termine entro cui inviare le richieste di partecipazione? Per segnalare la vostra candidatura e spedire i vostri lavori avete tempo fino al 01-04-10. Il workshop come e quando si svolge? L’organizzazione provvederà a contattare i profili di registi, attori e sceneggiatori che in base al materiale ricevuto riterrà più idonei per la realizzazione del progetto. Il workshop L’Isola si terrà dal 20 al 24 aprile 2010 nell’ambito del Capri Art Film Festival. Il workshop, che si terrà a Capri, grazie al personale e alla strumentazione messa a disposizione del comitato organizzativo, si pone l’obiettivo di realizzare un cortometraggio unico partendo da due sceneggiature diverse che hanno in comune dei piccoli elementi drammaturgici. Ogni regista ne girerà una avvalendosi della collaborazione del proprio cast, del proprio sceneggiatore e di persone qualificate pronte a dare un aiuto. In fase di montaggio le due parti verranno “fuse” così da dar vita a un prodotto unico, singolare, e forse per la procedura di esecuzione così originale mai visto prima. Il workshop è completamente gratuito. I 10 vincitori usufruiranno di una sistemazione gratuita, per tutta la durata della manifestazione, presso una struttura alberghiera di Capri scelta dall’organizzazione. Per quanto riguarda il vitto verranno indicati gli esercizi in cui potranno usufruire di convenzioni apposite per i partecipanti al Festival. I seminari di regia, recitazione e sceneggiatura tenuti dalla New York Film Academy e da i collaboratori della Scuola Omero sono completamente gratuiti. I viaggi di andata e ritorno per l’isola sono a spese dei partecipanti. Vivi di Cinema? Respiri Cinema? Allora incomincia a nuotare! Vieni sull’Isola! Contatti: Tommaso D’Antrassi: 329 2050321 Antonino Esposito: 349 1583890 lisola@capriartfilmfestival.com www.capriartfilmfestival.com


  • 12/12/10--14:58: Io Canto LA NEW YORK FILM ACADEMY è lieta di aver avviato... (chan 2746912)
  • [Flash 10 is required to watch video.]

    Io Canto

    LA NEW YORK FILM ACADEMY è lieta di aver avviato un’importante collaborazione con la trasmissione televisiva IO CANTO in onda tutti i venerdì su Canale 5 dalle ore 21. Il vincitore della prima edizione di IO CANTO - Cristian Imparato - ha frequentato nel mese di Luglio 2010, un corso di studi presso la nostra struttura sotto l’attenta guida di VP Boyle Capo di Dipartimento del Musical Theatre Program della NYFA. VP BOYLE è considerato una leggenda nello straordinario mondo di Broadway e lui come molti altri dei nostri insegnanti altamente qualificati sono disponibili a visionare le vostre audizioni o i vostri filmati e a rispondere a qualsiasi domanda possiate avere sulla Recitazione Teatrale & Cinematografica e sulla Regia Cinematografica insegnate nei nostri programmi.
    Per contattare il nostro corpo docenti o per maggiori informazioni in italiano sulla New York Film Academy e su tutti i nostri programmi:


  • 12/13/10--10:40: VP Boyle direttore del programma Musical Theatre della New York Film Academy ospite della puntata finale di Io Canto (chan 2746912)
  • Benedetta Caretta, vincitrice della seconda edizione di Io Canto si é aggiudicata una borsa di studio della durata di  4 settimane presso la New York Film Academy di NY. Il corso che Benedetta frequenterá nel luglio del 2011 é 4 Week HS Musical Theatre, diretto dal nostro VP Boyle. 

    Molti giornali e siti internet hanno parlato di questo evento questo un primo esempio:

    Facendo tesoro di una precedente esperienza “che mi ha aiutato a superare l’impatto col pubblico”, Benedetta si è aggiudicata così il percorso formativo di un mese presso la New York Film Academy che già è stato del primo vincitore Cristian Imparato: “Cristian è un fenomeno ed è anche un amico. ” tratto da tgcom.it


  • 03/15/11--15:29: Bando di concorso per un corso NYFA-Capri Art Film Festival (chan 2746912)
  •  

     La NYFA sbarca ancora al Capri Art Film Festival

    Partecipa anche tu al concorso del 2011


                   ASSOCIAZIONE CAPRI FILM FESTIVAL in collaborazione con la

                                                  NEW YORK FILM ACADEMY

    CAPRI ART / Festival della Diversità 2011

    WORKSHOP GRATUITO DI CINEMA

    BANDO DI CONCORSO

     

    1. ORGANIZZAZIONE

     

    Dopo il successo dello scorso anno, il Capri Art / Festival della Diversità e la New York Film Academy tornano a collaborare offrendo a tutti i giovani cinefili un’opportunità unica!

    Durante la quattro giorni del Festival, potrai avvicinarti alla settima arte grazie a questa straordinaria occasione che vedrà la presenza di esperti del settore provenienti direttamente dalla New York Film Academy di New York, coordinati dalla Responsabile NYFA Diana Santi, che lavoreranno con te offrendoti una vera e propria esperienza sul set mettendo a tua disposizione tutti i mezzi tecnici e ogni aspetto del film-making. Il tutto verrà realizzato nel magnifico scenario dell’isola di Capri.

    Potrai così frequentare lezioni pratiche di regia, recitazione, fotografia, montaggio e altro che si concluderanno con la realizzazione di scene tratte da film girati a Capri che verranno proiettati durante la serata finale del Festival.

     

    2. OBIETTIVI

    L’associazione Capri Film Festival lavora da anni per creare momenti di socializzazione e crescita dei giovani attraverso forme d’arte come il cinema, la fotografia, la musica e il teatro. In questa prospettiva anche quest’anno verranno individuati 10 ragazzi che, anche se privi di esperienza, coltivano l’ambizione di confrontarsi con le tre posizioni principali del mondo del cinema: la regia, la fotografia (telecamera e suono) e la recitazione.

    Questo progetto intende così offrire un’opportunità unica a chi ha sempre sognato di entrare a far parte del mondo del cinema.

     

    3. WORKSHOP

    Il calendario del workshop sarà il seguente:

    Lunedì 2 maggio

    -      Arrivo a Capri di tutti i partecipanti e degli insegnanti.

    -      Meeting presso la sala cinema del Centro congressi in Capri

     

    Martedì 3 maggio

    -      09.30/13.00 Lezioni pratiche di Regia, Fotografia, Recitazione, Audio in presa diretta

    -      13.00/14.00 Pausa pranzo

    -      14.00/18.00 Lezioni teorico/pratiche di Regia, Fotografia, Recitazione, Audio in presa diretta

    (i ragazzi saranno divisi in gruppi per settore)

     

    Mercoledi 4 maggio

    -      09.30/13.30 Produzione

    -      13.30/14:30 Pausa pranzo

    -      15.00/18.00 Shooting

     

    Giovedi 5 maggio

    -      09.00/13.30 Extra Shooting

    -      13.30/15.00 Pausa pranzo

    -      15.00/18.00 Editing

     

    Venerdi 6 maggio: Montaggio

    -      09.00/13.30 Color Correction

     

    n.b. Durante quest’ultima fase verranno introdotte le principali nozioni del montaggio e del programma Final Cut, Color Correction e Sound Design.

     

    4. PERIODO DI SVOLGIMENTO

    - Capri, 2,3,4,5,6,7 Maggio 2011

     

    5. MODALITA DI ISCRIZIONE

    - Potranno partecipare tutti i ragazzi nati a partire dal 1 Gennaio 1995 e non oltre il 31 Dicembre 1980

    Per essere selezionati dovrai inviare obbligatoriamente quanto segue  all’indirizzo workshop@capriartfilmfestival.com

    -      Curriculum vitae

    -      Una breve lettera motivazionale di max 4000 caratteri nella quale vengono date risposte alle seguenti domande:

     

    -      Cos’è per te la diversità

    -      Cosa ti ha spinto ad inviare la domanda?

    -      Per quale ruolo (Regia, Direttore della Fotografia, Attore…) ti vuoi candidare?

     

    L’iscrizione è gratuita e la data di scadenza per l’invio della tua domanda di partecipazione è il 15 Aprile 2011.

    La selezione dei partecipanti avverrà ad insindacabile giudizio della New York Film Academy e dell’Associazione Capri Film Festival.

    Per eventuali selezionati minorenni, condizione imprescindibile alla partecipazione sarà la firma di almeno un genitore di una liberatoria di responsabilità dalla custodia del minore da allegare alla domanda di partecipazione.

     

    6. OSPITALITA’

    La partecipazione al workshop, che comprende lezioni pratiche e realizzazione di scene  e’ completamente gratuita.

     

    Inoltre:

    -  Le spese di viaggio sono a carico dei partecipanti

    -  Le spese di vitto e alloggio sono a carico dei partecipanti, che tuttavia potranno godere di speciali sconti presso strutture alberghiere e di ristorazione convenzionate.

     

    I ragazzi dovranno giungere a Capri entro e non oltre Lunedì 2 Maggio alle ore 18.00

     

    Per ogni informazione scrivere all’e-mail: workshop@capriartfilmfestival.com o contattare i seguenti numeri di tel:

    Per I residenti in Italia:

    Simone Di Martino: +39 328 97 29 967

    Per I residenti negli Stati Uniti

    Martina Rojas: +1 917 600 0819